La storia di Paolo Savini, il necroforo indicato come il Mostro di Sanremo: gli omicidi di Wanda Rovatti e Annie Desitter, gli indizi, il Dna e il suicidio prima dell’arresto.
Paolo Savini è rimasto nella cronaca nera italiana come il Mostro di Sanremo, un nome legato a una vicenda breve ma terribile, concentrata tra febbraio e marzo del 1992. Lavorava come necroforo e custode del cimitero, un ruolo che rese il caso ancora più inquietante quando emerse che l’assassino aveva assistito anche alle autopsie delle donne che aveva ucciso.
La sua storia non arrivò mai a un processo. Savini morì suicida prima di poter essere arrestato. Ma dopo la sua morte, gli elementi raccolti dagli investigatori, compreso il confronto genetico sulle tracce lasciate sulla scena del crimine, portarono ad attribuirgli gli omicidi di Wanda Rovatti e Annie Desitter, due donne uccise a Sanremo nel giro di pochi giorni.

Paolo Savini: gli omicidi di Wanda Rovatti e Annie Desitter
Il primo delitto avvenne il 13 febbraio 1992. Wanda Rovatti, 53 anni, venne trovata morta nel suo appartamento di Sanremo. I vicini avevano notato il volume alto della televisione e il cane della donna che continuava ad abbaiare. In casa, gli investigatori trovarono una scena caotica, con cassetti aperti, oggetti sparsi e diversi indizi lasciati dall’assassino.
Tra questi c’erano un paio di occhiali Ray-Ban, un pacchetto di sigarette Diana blu e capelli rimasti nella mano della vittima. Il giorno dopo, Savini partecipò come necroforo all’autopsia di quella stessa donna, mentre nessuno sapeva ancora che proprio lui sarebbe diventato il principale sospettato.
Poco dopo venne uccisa anche Annie Desitter, 49 anni, amica di Wanda Rovatti. Anche lei viveva sola e frequentava lo stesso ambiente della prima vittima. La dinamica apparve simile: aggressione violenta, casa messa a soqquadro, tracce lasciate sul posto e un altro pacchetto di Diana blu. Anche in questo caso Savini, nei panni dell’addetto comunale, si trovò a occuparsi del corpo della vittima.
Il suicidio e la verità arrivata dopo la morte
Nelle settimane successive, Sanremo visse nella paura. Altri delitti nella zona alimentarono sospetti e confusione, ma la responsabilità di Savini per quei casi non venne dimostrata. Il 23 marzo 1992, dopo avere assistito anche all’autopsia di Giuliana Beghello, donna uccisa in un diverso caso poi attribuito ad altri responsabili, Savini tornò a casa e si tolse la vita con una dose mortale di eroina.
Lasciò un breve biglietto alla famiglia, chiedendo perdono. Dopo il suicidio, gli investigatori collegarono il suo nome agli omicidi Rovatti e Desitter. Gli occhiali vennero riconosciuti dalla moglie, mentre il Dna confermò il legame tra Savini e le tracce trovate sulla scena del primo delitto.
Il caso Paolo Savini resta una storia cupa e anomala: un assassino rimasto nascosto dietro un lavoro legato alla morte, due donne uccise con estrema violenza, una città terrorizzata e una verità giudiziaria mai passata da un’aula di tribunale, ma costruita dopo la fine del sospettato principale.